2 Maggio 2020

Michelangelo e la Pietà Rondanini

Michelangelo ragiona sul tema della Pietà per tutto l’arco della sua vita. Dagli esordi giovanili con la Pietà Vaticana, alla maturazione sul tema della morte e del sacrificio con la non finita Pietà Rondanini di Milano. Il tema nasce dal Vesperbild d’Oltralpe: la raffigurazione della Madonna che accoglie tra le braccia il corpo di Cristo morto. Un momento intimo e lontano dalle raffigurazioni di Compianto alle quali la pittura italiana ci ha abituati. 

Non sappiamo quale collocazione Michelangelo abbia pensato per la sua scultura, ritrovata nel suo studio romano a pochi giorni dalla morte nel febbraio 1564. Per molti anni è caduto l’oblio della critica su questa opera, chiamata Pietà Rondanini dal nome dei marchesi romani che la custodivano nella loro dimora.

Nel 1952, il Comune di Milano, insieme alla cittadinanza, nel pieno della ricostruzione post bellica, acquista l’opera di Michelangelo che entra a far parte del Museo di Arte Antica del Castello Sforzesco, con l’allestimento dei BBPR. A più di sessant’anni dall’acquisizione, si sente la necessità di ripensare alla collocazione: l’ospedale Spagnolo del Castello di Milano è la scelta che più sembra adattarsi al profilo dell’ultima opera di Buonarroti. 

Michelangelo affronta il marmo fino a pochi giorni dalla morte: si notano alcuni ripensamenti in corso d’opera, lo spostamento e l’avvicinarsi delle due figure. La Madonna e il Cristo sono filiformi, il confine tra chi regge e chi è retto quasi si annulla, sono corpi molto lontani dalla potenza fisica della Cappella Sistina di Roma. Entrando nell’Ospedale Spagnolo, ripensato da Michele De Lucchi, il profilo curvato della Vergine e la dissoluzione delle forme si aprono davanti agli occhi del visitatore: il corpo di Cristo è creato dal marmo della madre, i volti sono vicini, quasi a formare un’unica forma. Michelangelo ci pone di fronte al dolore più alto, una intensa drammaticità emotiva ci porta a riflettere sul rapporto tra madre e figlio. La Pietà Rondanini trova nella nuova collocazione milanese lo spazio per esprimersi al meglio: l’anziano Michelangelo, attraverso la fusione dei corpi, crea con lo scalpello una nuova corporeità.

2 Maggio 2020

Milano e la Street art

Milano è stata per anni descritta come “una città grigia e triste”, ma se si ha la pazienza di osservarla con curiosità capita di imbattersi nel colore davvero dietro ogni angolo.

Negli ultimi anni la street art ha contribuito a trasformare l’aspetto dei muri della città: pareti dipinte, opere scultoree  e in 3d, elementi urbani reinventati e portati a nuova vita, sticker e stencil dai messaggi più disparati.

Ti suggeriamo alcuni luoghi e progetti da scoprire.

Sicuramente una delle zone più interessanti in cui andare alla scoperta della street art è la zona dei Navigli. Oltre ai locali più trendy ospita un’intera via di poesie di strada e rebus, le saracinesche dei negozi con i ritratti dei personaggi che hanno reso grande Milano, la casa occupata Elicriso, i muri lungo i navigli con le tecniche più varie, la storia della città e dei suoi protagonisti lungo due millenni vicino all’antica Basilica di San Lorenzo.

Luogo d’elezione per la street art e i graffiti milanesi è anche il Leoncavallo, lo storico centro sociale della città: è fittamente tappezzato di scritte e disegni talmente particolari da essere definito dal critico d’arte Sgarbi la “Cappella Sistina della contemporaneità”. Una visita imperdibile.

Un progetto molto interessante promosso dal Comune di Milano è Energy box: camminando per le vie vi capiterà spesso di notare le numerose centraline di controllo semaforico che si sono rifatte il look: l’intervento di numerosi street artist le ha trasformate da anonimi e grigie cassette a capolavori di una galleria a cielo aperto.

“WallArt” celebra  i 140 anni dell’istituto ortopedico Gaetano Pini con opere di PAO, Ivan e il duo Orticanoodles, creatore dei ritratti di 12 milanesi che hanno contrassegnato la cultura del ‘900.

Infine vi consigliamo il progetto Poli Urban Colors del 2019 che reinterpreta gli spazi esterni del Politecnico Bovisa con grandi opere che omaggiano il genio di Leonardo da Vinci, realizzate da Rancy, Luca Barcellona, 2501 e Zedz. Un incredibile risultato coinvolgente per gli studenti e per l'intero quartiere.

A Milano il colore è dietro ogni angolo, buona ricerca!

2 Maggio 2020

Dan Flavin in Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa

Oggi vi portiamo alla scoperta di un'opera di un artista internazionale in un luogo alla periferia di Milano, dove ha preso vita l'improbabile idea di un parroco di quartiere: Untitled, 1996 di Dan Flavin in Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa.

Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa è un luogo che non rientra nella circuito turistico di Milano , si trova nella periferia sud della città, apparentemente un luogo difficile da raggiungere. La sua architettura in mattoni però ci riserva dei segreti all’interno. Nel 1932 Giovanni Muzio, già autore della famosa Ca’ Brutta a  Milano, subentra nella progettazione. L’architetto concepisce la chiesa come edificio tre navate con un solo abside, impostandola sulla simmetria dell’asse prospettico centrale e ispirandosi a principi di economia di formale. 

Il vasto spazio centrale mette in risalto il rapporto tra la sottile botte in cotto a tessitura di cemento armato e le colonne in ghiandone, tagliando i volumi in una manipolazione consapevole della luce. Sui fianchi le cappelle laterali si rilevano dal corpo centrale come successione di solidi geometrici visibili anche all’esterno. Sul fronte l’edificio è preceduto da un pronao, prima sperimentazione la tipologia dell’arco siriaco, sfruttato da Muzio successivamente nella progettazione del Palazzo della Triennale.

Negli anni Novanta Chiesa Rossa era un quartiere segnato dal disagio dell’immigrazione caotica, dalla disoccupazione e dal sottosviluppo culturale e sociale, ma nel quartiere viveva e lavorava una comunità vivace, animata dai quattro parroci di Santa Maria Annunciata. Quasi per caso alcuni amici suggerirono a don Giulio Greco, parroco di Chiesa Rossa, che l’opera di luce di un artista come Dan Flavin avrebbe potuto dare vita nuova all’opera di Muzio. <<Gli scrissi perché la nostra chiesa diventasse un segno di luce nel mezzo del quartiere, perché gli uomini possano vedere questa luce e riuscire a sperare. E la risposta venne e fu aldilà delle aspettative>>.
A Varese, a pochi chilometri da Milano, viveva uno dei più grandi collezionisti al mondo delle opere dell’artista newyorkese Dan Flavin: Giuseppe Panza di Biumo aveva raccolto dagli anni sessanta opere dell’artista, considerato il padre della light art e del minimalismo, per allestirle nella settecentesca Villa Panza di Biumo sopra Varese, trasformandola in un vero laboratorio di percezione e di arte ambientale, dove ancora oggi è possibile sperimentare emozionanti situazioni di luce. 

L’installazione di Flavin alla Chiesa Rossa di Milano rappresenta una particolare conclusione della carriera dell’artista, iniziata con la fuga da un seminario cattolico. Dopo aver studiato disegno e pittura alla Columbia University, Flavin aveva lavorato per alcuni anni come custode al Guggenheim Museum e al MOMA di New York, conoscendo alcuni dei più grandi artisti minimalisti: Sol LeWitt, Lucy Lippard, e Robert Ryman. Per Dan Flavin il Minimalismo si concretizza come uso della geometria, non per affermare l’ordine o rappresentare l’assoluto, ma per restituire significato al gesto elementare: posare, rilevare, disporre, accumulare, dividere, illuminare.

Per la scelta di un lessico elementare e di materiali industriali, semplici lampadine di luce incandescente, il progetto dell’opera fu per Dan Flavin sempre più importante dell’esecuzione stessa.  Dal 1963 Dan Flavin cominciò a realizzare progetti di installazioni fluorescenti che abbracciassero stanze intere, uscendo dai confini dell’oggetto fisico e nutrendo sempre maggiore interesse per l’ambiente architettonico. 
L’opera Untitled per la Chiesa Rossa di Milano fu realizzata due giorni prima della morte dell'autore, il 29 novembre 1996. In una stanza d’ospedale a New York Dan Flavin tracciò gli schizzi e i disegni su carta: grazie a questi progetti l'opera venne installata l'anno successivo grazie alla Dia Art Foundation di New York e alla Fondazione Prada.
Con Untitled Dan Flavin esalta l’architettura di Giovanni Muzio individuando i punti forti della sua strutturalità dell’edificio. Allo stesso tempo mette a fuoco i punti principali della liturgia sacra e rilancia il tema dell’arte sacra su un terreno nuovo, di esaltata spiritualità, illuminando con l’acida palette dei suoi verde, rosa, blu, oro e ultravioletto l’interno dello spazio progettato da Muzio.

2 Maggio 2020

Arte Pubblica a Milano

Le piazze di Milano e i loro monumenti: un profilo unico e indistinguibile.
Milano è ricca di piazze che ospitano personaggi della storia e della letteratura, ma nell’ultimo Ventennio la città ci ha regalato i lavori di grandi artisti internazionali che hanno lasciato la loro firma a una città in continuo movimento. 

Conoscere l’arte pubblica di Milano dall’inizio del XXI secolo vuol dire camminare e avere un ottimo spirito di osservazione. Iniziamo con una definizione: con la denominazione di arte pubblica si indica una specifica modalità di presentazione e fruizione dell'arte che entra nel tessuto sociale e nella struttura urbana della città.


Inauguriamo il millennio con un’opera che tutti vediamo se passiamo da piazza Cadorna:  AGO FILO e NODO  di Claes Oldenburg e la moglie Coosje van Bruggen del 2000. La piazza Cadorna e la sua stazione sono state oggetto di restauro architettonico da parte di Gae Aulenti alla fine degli anni Novanta.  Oldenburg, artista svedese che vive da anni negli Stati Uniti, inizia la sua attività artistica nel filone della Pop Art con la ricerca sul consumismo: gli oggetti scelti non sono astratti, ma reali, sovradimensionati e colorati.

Per la piazza di Milano Cadorna l’idea è quella di relazionarsi con una rete urbana sempre in movimento. Il monumento in vetroresina parte dal concetto di treno che entra in una galleria sotterranea, come la metropolitana milanese che unisce idealmente due luoghi passando sottoterra. I colori, scelti quasi sempre dalla moglie Coosje, richiamano le prime linee metropolitane: rosso, giallo e verde.

Perché scegliere un ago e un filo? La metropolitana cuce la città, ma è  anche un omaggio al tema della moda, fiore dell’economia di Milano. La stazione di Cadorna è a pochi passi dal Castello Sforzesco, luogo simbolo della storia della città: l’ago e filo di Oldenburg si unisce al biscione sforzesco come blasone contemporaneo di Milano.

28 Aprile 2020

Raffaello e la Scuola di Atene

Il 2020 è l'anno delle celebrazioni di Raffaello Sanzio, non solo a Roma, patria d'adozione, ma in tutta Italia. Milano custodisce due importanti opere del maestro di Urbino: Pala Montefeltro alla Pinacoteca di Brera e il cartone preparatorio della Scuola di Atene alla Pinacoteca Ambrosiana. Due opere diverse ma che rappresentano al meglio il genio di Raffaello.

La Scuola di Atene è stata una delle prime commissioni ricevute a Roma dal giovane pittore, appena venticinquenne: la Stanza della Segnatura è un progetto impegnativo, in cui diverse forze concorrono alla realizzazione degli appartamenti di Papa Giulio II. La Stanza della Segnatura, con la Scuola di Atene, raccoglie  i grandi pensatori dell’umanità antica, i maestri dell'umano pensiero. Diversi umanisti della corte papale hanno collaborato alla scelta iconografica della stanza e una elaborazione così precisa fa intendere una totale adesione di Raffaello.

Il prezioso cartone della Pinacoteca Ambrosiana di Milano è un gioiello unico nel suo genere: esso costituisce il più grande rinascimentale pervenuto fino a oggi; l'opera venne realizzata assemblando 220 fogli, per una superficie totale di 8m x 3m.  Dopo un lungo e delicato restauro, il cartone è oggi visibile nel suo rinnovato allestimento, studiato dall'architetto Stefano Boeri per l’Ambrosiana di Milano.

Il cartone preparatorio di Raffaello Sanzio si discosta leggermente dalla soluzione finale ad affresco di Roma: non sono presenti le architetture e alcuni personaggi, tra cui l’autoritratto stesso del pittore. Platone, Aristotele, Pitagora: la storia della filosofia è qui presentata come summa e preambolo della pax divina. 

Emergono i tratti grafici di Raffaello, a carboncino e biacca, veloci, mai nervosi: precisi nel dare sostanza, in un esperto gioco di chiaroscuri e ombreggiature, a corpi vigorosamente plastici e, nonostante la monocromia, vivi da sembrare percorsi al loro interno da un’anima vibrante in un equilibrio perfetto tra idea e forma, grazia e realismo.

Trovarsi di fronte al cartone dell’Ambrosiana è un’esperienza unica, la matita di Raffaello sembra così reale che pare si possano toccare con mano i volti, i panneggi, persino le mani dei filosofi.

La grande maestria di Raffaello, visibile sia nei fogli di Milano che nell’affresco dei Palazzi Vaticani di Roma, è quella di rendere vivo e visibile il contenuto spirituale delle immagini.  

25 Marzo 2020

Le Fontane di Milano

Milano è da sempre una città eclettica e pronta ad affrontare nuove ed interessanti sfide, ma non dimentica di essere nata sulle spalle di giganti che hanno cambiato più volte il volto della città. Ci sono tantissime peculiarità pronte ad essere scoperte: Milano è una città frenetica ma se le si dedica uno sguardo più approfondito, è una città che sa raccontare storie interessanti.

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