7 Settembre 2020

LUCIO FONTANA E MILANO: SCULTURA COME SPERIMENTAZIONE

Il nostro viaggio alla scoperta di Lucio Fontana e del suo legame con Milano ci porta alla scoperta di alcuni luoghi-simbolo di Milano, dal Cimitero Monumentale a Casa Boschi di Stefano, fino ad alcuni angoli inesplorati.

Originario di Rosario di Santa Fé, in Argentina, dove era nato il 19 febbraio 1899 da Lucia Bottini, attrice di origine italiana, e Luigi, emigrato da Varese, scultore che aveva frequentato l’Accademia di Brera. Lucio Fontana vede Milano per la prima volta, ancora bambino nel 1905, portato dal padre Luigi, dopo il divorzio dalla moglie. 

Dopo la guerra e il ritorno a Rosario sarà di nuovo a Milano dal 1927.

“Sono a Milano da pochi giorni e già mi sento rinascere a nuova vita. Ieri sono andato a vedere l’Esposizione Permanente di Milano, in cui quest’anno prevalgono i novecentisti […] La scultura è stata una delusione […] l’unico è Wildt veramente meraviglioso, credo che se resterò a Milano frequenterò il suo studio, si dà il caso che mio cugino architetto sia intimo amico di Wildt”.

Lucio Fontana inizia a frequentare lo studio dello scultore Adolfo Wildt, iscrivendosi successivamente ai suoi corsi di scultura. Fontana affitta una stanza con studio in via Generale Govone 27, proprio vicino al Cimitero Monumentale, e per un po’ di tempo ne condivide gli spazi del cortile con lo scultore Fausto Melotti. 

Proprio al Cimitero Monumentale si trovano opere che ci permettono di ripercorrere  la carriera dell’artista dagli esordi, quando decide di trasferirsi in città per studiare all’Accademia di Belle arti di Brera con il maestro Adolfo Wildt, fino a lavori più maturi creati negli anni ’50 quando è già considerato un innovatore. 

La tomba per la famiglia Mapelli è la sua prima commissione: un bronzo raffigurante il volto di una Madonna. Nel 1935, con il monumento Giovanni Castellotti, Fontana porta al Monumentale di Milano la policromia: un bronzo scuro e l’oro.

Nell’area di ponente, si trova invece il Monumento funebre di Paolo Chinelli. La tomba nasce dal lavoro di due grandi nomi: l‘architetto di origine mantovana Renzo Zavanella che ha lavorato soprattutto in Lombardia tra gli anni ’30 e gli anni ’70  e Lucio Fontana. Fa da sfondo all’opera una quinta in granito con una serie di simboli stilizzati geometricamente che rappresentano la Passione di Cristo. A metà strada tra angelo e Nike di Samotracia, la scultura realizzata da Fontana, con un dinamismo esasperato, proietta lo spettatore in un mondo lontano, un mondo “altro”, tra spiritualità e mito. L’opera si compone di una scultura in ceramica smaltata a fuoco sospesa su un montante in bronzo e inserita in una struttura in granito bianco e grigio. La scultura di Fontana per il Cimitero Monumentale sorprende ogni volta che la si guarda: luci, ombre, riflessi del sole e della pioggia concorrono alla visione di un’opera unica nel suo genere.

Nel 1934 crea la Signorina seduta, presentata a Milano alla V Mostra del Sindacato Interprovinciale delle Belle Arti di Lombardia, che oggi possiamo vedere al Museo del Novecento di Milano. Una signorina che si guarda allo specchio - forse il ritratto della cognata - figura policroma dalle carni colorate d’oro e le vesti di nero, ritratto non realistico, ma materia che si plasma e istante quotidiano che diventa eterno. 

A pochi passi dal Museo del Novecento, all’ingresso dell’Università degli Studi di Milano, gli osservatori più attenti avranno notato un’altra opera di Lucio Fontana: la Minerva. L’imponente statua di Minerva viene realizzata da Lucio Fontana nel 1957 in occasione del piano di restauro previsto per la Ca’ Granda a seguito dei bombardamenti causati dalla Seconda Guerra Mondiale. Simbolo dell’Università Statale di Milano e allegoria della sapienza, la Minerva viene raffigurata da Lucio Fontana secondo i suoi classici attributi iconografici: armata di un elmo, lancia e scudo, ma trasfigurata da una materia in movimento.

Osservare le opere di Lucio Fontana incoraggia l’attento esploratore urbano a cambiare il suo sguardo sulla città di Milano.

Per un approfondimento, scopri il nostro REPLAY dedicato a Lucio Fontana.

6 Agosto 2020

Lucio Fontana a Milano

La storia di Lucio Fontana è quella di un artista molto legato alla città di Milano, tra i primi ad intuire le potenzialità di creare opere “immateriali” e ad ampliare la dimensione dell’opera d’arte da oggetto-scultura ad “ambiente” nel quale immergersi.

Fontana è un uomo del suo tempo: egli è infatti autore del Manifesto del movimento spaziale per le televisione e le Immagini luminose in movimento per le trasmissioni sperimentali della Radiotelevisione italiana, captando con antenne sensibili le nuove scoperte.

“Gli artisti anticipano gesti scientifici, i gesti scientifici provocano sempre gesti artistici”.

Nel dicembre 1947 Lucio Fontana pubblica il Primo Manifesto dello Spazialismo al quale segue, l’anno successivo, il secondo. Il rapporto con la Galleria il Naviglio di Carlo Cardazzo sarà fondamentale per la diffusione delle sue opere: la sua prima opera d’arte ambientale Ambiente spaziale a luce nera viene qui esposta nel 1949. Né pittura né scultura, ma una forma luminosa nello spazio. Illuminando con la luce di Wood una decorazione a parete eseguita con tocchi di colore fluorescente, Fontana creò traiettorie diagonali in grado di confondere la percezione dei visitatori e provocare spaesamento attraverso gli effetti visivi della combinazione di colore e la luce.

Lucio Fontana attua un processo completamente nuovo:  mette l’accento sulla centralità del visitatore e sulla percezione dell’individuo, inserendosi all’interno della sua ricerca sulla spazio, la luce e il vuoto.

La luce diventa elemento espressivo e mezzo di rappresentazione.

Del 1951 è la struttura al neon per la IX Triennale di Milano, realizzata in collaborazione con gli architetti Luciano Baldessari e Marcello Grisotti.

Una costruzione di luce fluorescente, composta da decine di segmenti tubolari piegati a mano, si snoda per 100 metri sospeso con cavi d’acciaio a un controsoffitto appositamente allestito da Baldessari e Grisotti, “cielino blu giotto”. Profondità e tridimensionalità, spesso tradite dalla fotografia, l’hanno consegnata alla storia dell’arte come un segno grafico quasi smaterializzato.

Dalla fine degli anni Quaranta, la luce per Lucio Fontana diventa il mezzo espressivo. In una lettera all’amico Gio Ponti, Fontana scrive: “Il concetto spaziale che illumina lo Scalone d'onore alla nona Triennale di Milano non è un laccio, un arabesco, né uno spaghetto, è in barba ai critici ... l'inizio di un'espressione nuova, abbiamo semplicemente sostituito un nuovo elemento entrato nell'estetica dell'uomo della strada, il neon, abbiamo creato con questo una fantastica decorazione nuova”.

Oggi ritroviamo il Concetto Spaziale del 1951 nella suggestiva sala del Museo del Novecento dedicata a Lucio Fontana: un’opera che vive in rapporto con la città di Milano, affacciata su piazza Duomo. Lo spettatore non è più osservatore passivo, ma ciascuno dei suoi passi, modificando le prospettive, lo rende il co-creatore dello spazio in cui si muove. 

Alzando lo sguardo, il Museo del Novecento riserva un’altra sorpresa: un Soffitto spaziale.

Nel 1956 il connubio tra Lucio Fontana e l'architetto Borsani prosegue con un’opera ad affresco per l’Hotel del Golfo all’Isola d’Elba.  Il Soffitto di oltre 150 mq fu realizzato per mezzo di segni, tagli e incisioni operati direttamente sull’intonaco grezzo fresco della volta della sala e riempiti di colori puri. Il Soffitto, uno dei pochissimi ancora conservati tra quelli realizzati da Lucio Fontana, è un vero e proprio capolavoro che proietta nell’ambiente del Museo del Novecento e nel rapporto con l’architettura la concezione fondamentale dello Spazialismo.

Per un approfondimento, scopri il nostro REPLAY dedicato a Lucio Fontana

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