Dopo aver passato gli anni della II guerra mondiale in Argentina, Lucio Fontana rientra nel 1947 a Milano: una celebre fotografia di Alfred Jaar  lo immortala, elegantissimo, sulle macerie del suo studio.

Da qui inizia una rinascita in grado di spostare l’arte su una nuova dimensione. Dal 1949 Fontana avvia il ciclo dei Concetti Spaziali con i cosiddetti “Buchi” : la rottura della tela non è un gesto violento ma lascia passare la luce, superando la tela e la superficie. Un decennio più tardi, nel 1959, presenta alla Galleria del Naviglio i Concetti Spaziali e le Attese.

Ne possiamo ammirare diversi esemplari al Museo del Novecento di Milano, alle Gallerie d’Italia e a Casa Boschi di Stefano in via Jan.

Ma come nascono i celebri “tagli” e i “buchi”?

“Pensavo all’astronauta che arriva nel silenzio atroce dello spazio, davanti a queste superfici che da miliardi di anni sono lì, questo silenzio mortale, questa angoscia e allora lascia un segno vitale del suo arrivo, desiderio di far vivere questa materia inerte.”

Sicuramente la suggestione delle nuove scoperte scientifiche legate alla luce e all’esplorazione dell’universo sono fondamentali per capire la nascita di queste opere. Nel 1957 lo Sputnik entra per la prima volta nell’orbita terrestre e, nel 1961, Yuri Gagarin è il primo uomo a navigare nello spazio. Particolarmente affascinante è poi il confronto visivo tra le opere di Fontana con l’atlante celeste Il cielo e le sue meraviglie pubblicato da Hoepli nel 1933: galassie a taglio e a spirale, o la superficie della Luna sono l’orizzonte di un immaginario completamente nuovo.

Sulla rivista “Sapere” dal 1945-46 vengono pubblicate le fotografie con “strappi” su una tela che producono le onde d’urto toccando oggetti a diverse alte velocità, che si sarebbe tentati di associare ai buchi o ai tagli.

“La vera conquista dello spazio fatta dall’uomo è il distacco dalla terra, dalla linea d’orizzonte, che per millenni fu la base della sua estetica e proporzione. Nasce così la quarta dimensione, il volume è ora veramente contenuto nello spazio in tutte le sue dimensioni. […]”

Curioso sapere che l’artista riporta una sorta di diario sul retro delle tele. Esso assume i connotati di un flusso di coscienza continuo. Frasi più o meno complesse che registravano banali azioni del vissuto quotidiano di Lucio Fontana come prendere una medicina, indicare il cibo che  mangiava, annotare se una giornata era bella o brutta dal punto di vista meteorologico, lamentarsi se la squadra del Milan andava male, riportare le vittorie ciclistiche di Felice Gimondi, affermare che i Beatles “conquistano Milano”, e così via. Tra le scritte autografe vanno ricordate quelle con parole d’affetto per la morte del proprio cane, cui aveva dato un nome che richiamava quello di un eroe dei fumetti, Blek Macigno.

 “Quando mi siedo davanti a uno dei miei tagli, a contemplarlo, provo all’improvviso una grande distensione dello spirito, mi sento un uomo liberato dalla schiavitù della materia, un uomo che appartiene alla vastità del presente e del futuro”.

Un aneddoto è particolarmente significativo per comprendere la genesi dei Concetti Spaziali di Fontana, e che ci conduce a casa Boschi Di Stefano

Il rapporto di Lucio Fontana con Milano è certamente plasmato e filtrato dai coniugi Boschi Di Stefano. Collezionisti del contemporaneo, la coppia ha tappezzato le pareti della casa di via Jan con capolavori dell’arte del Novecento. Un rapporto di stima e amicizia, quasi quotidiano: gli acquisti di Marieda e Antonio sono molto vicini alla data di esecuzione delle opere, soprattutto tra il 1956 e il 1960. Lucio Fontana è l’artista meglio rappresentato nella collezione, con quarantadue opere, e la sala a lui dedicata è stata ottenuta da un ampliamento dello studio dell’ingegner Boschi. Si entra in una stanza di Attese e Concetti spaziali dove il tempo sembra sospeso. Pietre, solchi, colore polveroso e scintille luminose: un paesaggio quasi lunare si spalanca davanti agli occhi dello spettatore. Tutte le opere furono acquistate direttamente nello studio dai coniugi Boschi, nei consueti “incontri del sabato”.

“Fontana aveva fatto un quadro giocato sull'azzurro, che mi piaceva molto e glielo chiesi. Egli lo trovava ancora incompleto e vuoto, voleva aggiungere qualcosa e non sapeva cosa. Finalmente un sabato lo trovammo con i tagli, che erano i personaggi del paesaggio”.

Nascono così i Tagli, le Attese, opere che portano lo spettatore a riflettere sul concetto di tela, confine, materia, di ripensare all’opera d’arte stessa.

”E' l'infinito, e allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti, ed ecco che ho creato una dimensione infinita, un buco che per me è la base di tutta l'arte contemporanea, per chi la vuol capire. Sennò continua a dire che l'è un büs, e ciao…”.

Per un approfondimento, scopri il nostro REPLAY dedicato a Lucio Fontana