27 Maggio 2020

Leonardo e la Sala delle Asse

Leonardo da Vinci e Milano:un connubio imprescindibile. Oggi vi portiamo a scoprire una stanza del Castello Sforzesco che è rimasta per molti anni segreta e dimenticata. 

L’artista fiorentino è giunto alla corte milanese di Ludovico il Moro nel 1480: le sue opere per la città spaziano dagli allestimenti effimeri, alla costruzione delle conche per i Navigli, ai ritratti di corte.  e’ proprio nel luogo dove Ludovico il Moro e Beatrice d’Este risiedono che Leonardo elabora una decorazione particolare: la sala della asse.

Questa piccola stanza a pianta quadrata del Castello di Milano si trova a piano terra della Torre del Falconiere, un ambiente di passaggio verso la Cappella Ducale. 

Nella Sala delle Asse Leonardo presenta la summa dei tuoi studi di botanica attraverso uno strumento privilegiato: il disegno.

Sedici alberi di gelso si innalzano sulle pareti del Sala della Asse per giungere sulla volta ad un intreccio di rami, foglie, e drappi dorati.

La lavorazione di Leonardo è avvenuta in due fasi: la parte superiore con la folta chioma di gelsi è conclusa, il registro inferiore è solo ad uno stato di abbozzo. Nel 1499 con l’arrivo delle truppe francesi a Milano, Leonardo lascia infatti la città. La sala delle asse cade nel dimenticatoio per anni, secoli, fino al lavoro di ristrutturazione del Castello Sforzesco di Luca Beltrami.

Visitare la sale delle asse ci fa entrare nel mondo della botanica studiato da Leonardo: un’indagine che trova origine a partire dalla pratica giovanile del disegno, e soprattutto dalla propensione allo studio del naturale. Lo studio di Leonardo sulle ramificazione arboree è testimoniato da numerosi disegni in cui il maestro toscano studia la struttura interna delle piante, accanto alla ricerca di ottica e percezione visiva. 

Facile l’identificazione della pianta del gelso nel Castello Sforzesco: Leonardo pensa ad un programma dai toni encomiastici per celebrare la persona di Ludovico il Moro e il suo Ducato. Sotto il suo regno infatti, l’industria serica era una delle più proficue per la città di Milano, da qui la scelta del gelso e del suo frutto. 

Solo negli anni Cinquanta del Novecento, grazie allora direttore Costantino Baroni, viene riconosciuto in questa piccola camera del Castello un monocromo. Leonardo attua una vera e propria osservazione lenticolare della natura: radici che rompono il muro e si insinuano sulla parete, una natura viva e vitale. L’impeto di radici ritorte fa da eco ai numerosi studi di Leonardo sulla ramificazione di vene e arterie.

In Castello Sforzesco si sommano tutti gli elementi della poetica leonardesca: guardiamo in alto, la fitta rete di rami di gelso intrecciati, i nodi e gruppi. Gli intrecci sono elementi che hanno una grandissima diffusione tra Quattrocento e Cinquecento: l’arte orafa, alla moda, basti pensare agli abiti della Gioconda e della Dama con l’ermellino. Donato Bramante riporta gli intrecci leonardeschi nella Sagrestia di Santa Maria delle Grazie. I cantieri milanesi sotto il ducato di Ludovico il Moro sono legati da un fil rouge artistico.

La storia del Castello Sforzesco, frutto di una serie di addizioni, è quella di sede di una rinomata corte che viene trasformata in deposito di armi. La Sala delle Asse diventerà una scuderia, Leonardo totalmente dimenticato. 

Bisogna arrivare al 1900 con il restauro ad opera di Luca Beltrami e Ernesto Rusca per riscoprire questa camera del Castello. Grazie ai recenti restauri, si sono invece scoperti i disegni preparatori non finiti da Leonardo. Lungo le pareti, tra i fusti dei gelsi, si aprono paesaggi. La fortuna iconografica della Sala delle Asse merita una particolare attenzione: la fitta composizione di foglie diventa un modello per gli interior design di inizio Novecento. Troviamo così esempi in cui il linguaggio del liberty si fonde con l’invenzione arborea di Leonardo.

Entrare oggi nella Sala delle Asse del Castello Sforzesco ci permette di entrare in contatto con il genio di Leonardo da Vinci che negli anni milanesi ha esplorato ed è stato in grado di coniugare scienza, natura, e arte, in un intreccio di forme, studio e disegno. 

2 Maggio 2020

Michelangelo e la Pietà Rondanini

Michelangelo ragiona sul tema della Pietà per tutto l’arco della sua vita. Dagli esordi giovanili con la Pietà Vaticana, alla maturazione sul tema della morte e del sacrificio con la non finita Pietà Rondanini di Milano. Il tema nasce dal Vesperbild d’Oltralpe: la raffigurazione della Madonna che accoglie tra le braccia il corpo di Cristo morto. Un momento intimo e lontano dalle raffigurazioni di Compianto alle quali la pittura italiana ci ha abituati. 

Non sappiamo quale collocazione Michelangelo abbia pensato per la sua scultura, ritrovata nel suo studio romano a pochi giorni dalla morte nel febbraio 1564. Per molti anni è caduto l’oblio della critica su questa opera, chiamata Pietà Rondanini dal nome dei marchesi romani che la custodivano nella loro dimora.

Nel 1952, il Comune di Milano, insieme alla cittadinanza, nel pieno della ricostruzione post bellica, acquista l’opera di Michelangelo che entra a far parte del Museo di Arte Antica del Castello Sforzesco, con l’allestimento dei BBPR. A più di sessant’anni dall’acquisizione, si sente la necessità di ripensare alla collocazione: l’ospedale Spagnolo del Castello di Milano è la scelta che più sembra adattarsi al profilo dell’ultima opera di Buonarroti. 

Michelangelo affronta il marmo fino a pochi giorni dalla morte: si notano alcuni ripensamenti in corso d’opera, lo spostamento e l’avvicinarsi delle due figure. La Madonna e il Cristo sono filiformi, il confine tra chi regge e chi è retto quasi si annulla, sono corpi molto lontani dalla potenza fisica della Cappella Sistina di Roma. Entrando nell’Ospedale Spagnolo, ripensato da Michele De Lucchi, il profilo curvato della Vergine e la dissoluzione delle forme si aprono davanti agli occhi del visitatore: il corpo di Cristo è creato dal marmo della madre, i volti sono vicini, quasi a formare un’unica forma. Michelangelo ci pone di fronte al dolore più alto, una intensa drammaticità emotiva ci porta a riflettere sul rapporto tra madre e figlio. La Pietà Rondanini trova nella nuova collocazione milanese lo spazio per esprimersi al meglio: l’anziano Michelangelo, attraverso la fusione dei corpi, crea con lo scalpello una nuova corporeità.

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