27 Maggio 2020

Leonardo e la Sala delle Asse

Leonardo da Vinci e Milano: un connubio imprescindibile. Oggi vi portiamo a scoprire una stanza del Castello Sforzesco che è rimasta per molti anni segreta e dimenticata. 

L’artista fiorentino è giunto alla corte milanese di Ludovico il Moro nel 1482: le sue opere per la città spaziano dagli allestimenti effimeri, alla costruzione delle conche per i Navigli, ai ritratti di corte. 

E’ proprio nel luogo dove Ludovico il Moro e Beatrice d’Este risiedono che Leonardo elabora una decorazione particolare: la sala della asse.

Questa piccola stanza a pianta quadrata del Castello di Milano si trova a piano terra della Torre del Falconiere, un ambiente di passaggio verso la Cappella Ducale. 

Nella Sala delle Asse Leonardo presenta la summa dei suoi studi di botanica attraverso uno strumento privilegiato: il disegno.

Sedici alberi di gelso si innalzano sulle pareti del Sala della Asse per giungere sulla volta ad un intreccio di rami, foglie, e drappi dorati.

La lavorazione di Leonardo è avvenuta in due fasi: la parte superiore con la folta chioma di gelsi è conclusa, il registro inferiore è solo ad uno stato di abbozzo. Nel 1499 con l’arrivo delle truppe francesi a Milano, Leonardo lascia infatti la città. La sala delle asse cade nel dimenticatoio per anni, secoli, fino al lavoro di ristrutturazione del Castello Sforzesco di Luca Beltrami.

Visitare la Sale delle Asse ci fa entrare nel mondo della botanica studiato da Leonardo: un’indagine che trova origine a partire dalla pratica giovanile del disegno, e soprattutto dalla propensione allo studio del naturale. Lo studio di Leonardo sulle ramificazione arboree è testimoniato da numerosi disegni in cui il maestro toscano studia la struttura interna delle piante, accanto alla ricerca di ottica e percezione visiva. 

Facile l’identificazione della pianta del gelso nel Castello Sforzesco: Leonardo pensa ad un programma dai toni encomiastici per celebrare la persona di Ludovico il Moro e il suo Ducato. Sotto il suo regno infatti, l’industria serica era una delle più proficue per la città di Milano, da qui la scelta del gelso e del suo frutto. 

Solo negli anni Cinquanta del Novecento, grazie al direttore Costantino Baroni, viene scoperto un monocromo nella stanza del Castello.

Leonardo attua una vera e propria osservazione lenticolare della natura: radici che rompono il muro e si insinuano sulla parete, una natura viva e vitale. L’impeto di radici ritorte fa da eco ai numerosi studi di Leonardo sulla ramificazione di vene e arterie.

In Castello Sforzesco si sommano tutti gli elementi della poetica leonardesca: guardiamo in alto, la fitta rete di rami di gelso intrecciati, i nodi e gruppi. Gli intrecci sono elementi che hanno una grandissima diffusione tra Quattrocento e Cinquecento: dall’arte orafa alla moda, un esempio gli abiti della Gioconda e della Dama con l’ermellino.

Donato Bramante riporta gli intrecci leonardeschi nella Sagrestia di Santa Maria delle Grazie. I cantieri milanesi sotto il ducato di Ludovico il Moro sono legati da un fil rouge artistico.

La storia del Castello Sforzesco, frutto di una serie di addizioni, è quella di sede di una rinomata corte che viene trasformata in deposito di armi. La Sala delle Asse diventerà una scuderia, Leonardo totalmente dimenticato. 

Bisogna arrivare al 1900 con il restauro ad opera di Luca Beltrami e Ernesto Rusca per riscoprire questa camera del Castello. Grazie ai recenti restauri, si sono invece scoperti i disegni preparatori non finiti da Leonardo. Lungo le pareti, tra i fusti dei gelsi, si aprono paesaggi. La fortuna iconografica della Sala delle Asse merita una particolare attenzione: la fitta composizione di foglie diventa un modello per gli interior design di inizio Novecento. Troviamo così esempi in cui il linguaggio del liberty si fonde con l’invenzione arborea di Leonardo.

Entrare oggi nella Sala delle Asse del Castello Sforzesco ci permette di entrare in contatto con il genio di Leonardo da Vinci che negli anni milanesi ha esplorato ed è stato in grado di coniugare scienza, natura, e arte, in un intreccio di forme, studio e disegno. 

Per un approfondimento scopri il nostro REPLAY dedicato alla Sala delle Asse di Leonardo.

12 Maggio 2020

Street art nel quartiere Isola

Il quartiere di Isola è uno dei più pittoreschi e storici in città ed è stato uno dei primi ad ospitare l’espressività di street artist milanesi ed internazionali.

Nato come quartiere operaio con un grande senso di appartenenza e separato dal resto della città, è il luogo in cui maggiormente si sono concentrate opere di una cultura e di un'arte alternativa, a partire dagli anni Novanta.

Passeggiando per le caratteristiche vie si possono trovare ovunque le tag, che rappresentano le basi del graffito come forte forma di espressione, di identità e di tentativo di conquista degli spazi da parte dei writer.

Le firme, trasformate spesso in segni indecifrabili con una grande attenzione all'evoluzione dello stile, creano un linguaggio urbano unico, che trasforma le strade in un'enorme tela bianca.

Non solo graffiti, ma a Isola si trovano anche notevoli opere di street art e interi edifici dipinti.

L'autoricambi in via della Pergola o il popolare bar Frida sono stati reinterpretati completamente dallo sguardo di Zibe, Ozmo, 2501, Willow e tanti altri, creando risultati sorprendenti che restituiscono una visione completamente diversa della quotidianità.

In ogni angolo ci aspettano delle sorprese anche di piccole dimensioni: cassette dell’energia trasformate in personaggi dei cartoon da Pao, orecchie giganti che ci ascoltano create dagli Urbansolid, profondi ritratti di C215 che ci osservano da cassette della posta, occhi che ci osservano, pesci che nuotano, curiosi personaggi che vivono avventure fantastiche..

Tantissime tecniche e stili differenti ci permettono di conoscere più da vicino i protagonisti e di partire per una interattiva caccia al dettaglio.. il consiglio è di guardare ovunque, perfino sotto i piedi!

Scopri tutti i nostri tour dedicati alla street art.

Per un approfondimento scopri anche il nostro Replay dedicato ad Isola.

11 Maggio 2020

Arte pubblica a Milano

Il nostro itinerario tra le opere di arte pubblica di Milano arriva in una delle piazze più nuove della città: piazza Gae Aulenti.

Il progetto di ristrutturazione della zona di Porta Garibaldi - Isola ha interessato una vasta area urbana: partendo dal rinnovamento della zona intorno alla stazione, fino ad arrivare al quartiere Isola. La piazza sopraelevata progettata dall’architetto Cesar Pelli diventa una moderna agorà con edifici commerciali e uffici e i primi grattacieli contemporanei di Milano.

L’artista Alberto Garutti elabora per questa piazza la sua prima opera d’arte pubblica: EGG del 2011, composta da 23 tubi di metallo cromato ottone che si sviluppano in verticale su quattro livelli, dai piani del parcheggio a quelli superiori per ascoltare suoni, rumori e parole. Un’opera che connette chi visita piazza Gae Aulenti: attraverso ogni tubo è possibile, appoggiando l’orecchio sulla sua apertura, ascoltare i suoni della città.

L’intervento dialoga con l’architettura che intreccia le forme: la parola scritta svolge un ruolo importantissimo nelle installazioni di Alberto Garutti. Sono didascalie, come le chiama lui, apposte sopra o accanto all’opera, e ne fanno al tempo stesso titolo e spiegazione. Questo ruolo funzionale della didascalia è ripreso dalla tradizione dell’arte concettuale, dove il titolo trasforma l’oggetto in opera d’arte, ma spostandone il contenuto dalla sfera logico-linguistica a quella sentimentale, in modo da stimolare nel lettore/osservatore una partecipazione empatica.

EGG di Alberto Garutti è infatti accompagnata da una scritta : Questi tubi collegano tra loro cari luoghi e spazi dell’edificio. Quest’opera è dedicata a chi passando di qui penserà alle voci e ai suoni della città". Garutti elabora per piazza Gae Aulenti un’opera in costante dialogo con chi visita la città, passeggiando tra i nuovi grattacieli e ascoltando i rumori

Per un approfondimento scopri il nostro REPLAY dedicato all'arte pubblica di Milano.

11 Maggio 2020

Arte pubblica a Milano

Continua il nostro viaggio nell’arte pubblica milanese: un itinerario tra le piazze della città alla scoperta dei monumenti più significativi ed insoliti.

Una delle opere più discusse delle piazze milanesi è certamente quella di Maurizio Cattelan in piazza Affari: L.O.V.E. del 2010. Oltre sei tonnellate di marmo di Carrara, per una altezza di  4,60 metri (per un totale di 11 metri con basamento).

Inaugurata il 24 settembre 2010, l’esposizione iniziale della scultura in piazza Affari era  prevista solo per due settimane, ma dal 2012 rimane opera fissa. La scultura di Maurizio Cattelan sarà lasciata in omaggio alla città di Milano con il solo vincolo di rimanere in quel luogo.

Il cosiddetto Dito è posto di fronte a Palazzo Mezzanotte, dal nome dell’architetto Paolo Mezzanotte che lo progetta nel 1927 quale nuova sede della Borsa di Milano.

L.O.V.E. è l’acronimo di «Libertà, Odio, Vendetta, Eternità»: una mano con le dita mozzate, quasi erose, eccetto il medio, intenta nel saluto romano; un gesto irriverente e inequivocabile se posto in relazione al palazzo e al tema della finanza e della borsa.

Letta in chiave di denuncia contro le ideologie, l’opera di Maurizio Cattelan affronta e connette i temi del potere nelle sue numerose declinazioni, del male, della sofferenza e del rapporto dell’uomo con essi. Al momento dell’inaugurazione l’artista ha detto che l’opera è dedicata “soprattutto all'immaginazione, all’immaginazione di tutti quanti, di quelli che ce l’hanno”. 

In piazza Affari, Cattelan ha portato un’opera che viaggia in maniera trasversale tra passato, presente e futuro: dal marmo, alla posa, all’ideologia. Un itinerario tra i luoghi del potere contemporaneo non può che arrivare fino a qui.

Per un approfondimento scopri il nostro REPLAY dedicato all'arte pubblica di Milano.

4 Maggio 2020

Wes Anderson a Milano

Un nome che ormai corrisponde ad un immaginario ben preciso, abbracciando in modo ampio cinema, architettura, design e arte: Wes Anderson, il cui nome completo è Wesley Wales Anderson, nato il 1 maggio del 1969 a Houston in Texas, cresce nella vasta provincia texana in una famiglia della buona borghesia americana: il padre è un manager, la madre un’archeologa.

Come ricorda lo stesso regista in un’intervista, un punto di svolta della sua infanzia è il divorzio dei genitori che lo spinge, a soli 10 anni, ad interessarsi di recitazione e di teatro per vincere l’imbarazzo rispetto ai suoi coetanei. Il cinema sembra essere una sua seconda natura, fin da ragazzino, e una seconda famiglia. Al momento di iscriversi all’università decide però di studiare filosofia ad Austin, dove il suo compagno di stanza e miglior amico è il futuro attore Owen Wilson. Wilson, che fin da giovane ha una personalità decisamente istrionica, si mette ben presto a disposizione dell’amico per girare demenziali cortometraggi comici che hanno tanto successo da essere infine trasmessi su alcune reti televisive locali.

Ai due si aggiunge presto Luke Wilson, fratello più giovane di Owen. È la nascita del cosiddetto “Frat pack”, un gruppetto di amici con la passione per il cinema, i libri e per l’umorismo che più tardi includerà anche Ben Stiller, Jack Black, Will Ferrell e Steve Carell.

La cifra cinematografica di Wes Anderson è fin da subito precisa: inquadrature simmetriche, personaggi surreali, ricerca quasi ossessiva dei dettagli. Dai Tenenbaum del 2001, a Il treno per il Darjeeling (2007), fino al recente Capolavoro The Grand Budapest Hotel (2014): ogni singolo centimetro della pellicola è studiato al millimetro creando un’estetica unica. I mondi di arte, design, moda si fondono in Wes Anderson: un vero e proprio set designer.

Un esempio tangibile è il rapporto che il regista intreccia con Prada. Il bar della sede espositiva della Fondazione, idea da Rem Koolhaas, è affidato all’estro di Wes Anderson. 

Come racconta Anderson, “quando ho progettato questo bar il mio approccio è stato l’opposto rispetto a quello che faccio per i set dei miei film. Ho cercato di creare un luogo dove andare cinque volte alla settimana. Da ragazzo volevo diventare architetto, perciò questa per me è stata l’occasione perfetta per fingere di esserlo davvero!”

Il Bar Luce è stato pensato dal regista “per essere vissuto, con posti comodi dove sedersi, conversare, leggere, mangiare e bere”. Come osserva lo stesso Wes Anderson, “credo sarebbe un ottimo set, ma anche un bellissimo posto per scrivere un film. Ho cercato di dare forma a un luogo in cui mi piacerebbe trascorrere i miei pomeriggi non cinematografici”.

Il caffè è ospitato all’interno del primo edificio che i visitatori incontrano entrando alla Fondazione Prada. La gamma cromatica, gli arredi di formica, le sedute, il pavimento e i pannelli di legno che rivestono le pareti, ricordano la cultura popolare e l’estetica dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, a cui Anderson si era già ispirato per il cortometraggio Castello Cavalcanti (2013).

Il soffitto a volte e la parte superiore delle pareti riproducono in miniatura la copertura in vetro e le decorazioni della Galleria Vittorio Emanuele, uno dei luoghi simbolo di Milano. Due capolavori del Neorealismo italiano, Miracolo a Milano (1951) di Vittorio De Sica e Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti, sono tra le altre fonti di ispirazione per il progetto.

Entrando nel Bar Luce della Fondazione Prada di Milano si ha l’impressione di entrare in un luogo senza tempo. L’attenzione al dettaglio e i colori pastello creano un’atmosfera irreale e nostalgica: il posto perfetto per sognare un po’.

2 Maggio 2020

Michelangelo e la Pietà Rondanini

Michelangelo ragiona sul tema della Pietà per tutto l’arco della sua vita. Dagli esordi giovanili con la Pietà Vaticana, alla maturazione sul tema della morte e del sacrificio con la non finita Pietà Rondanini di Milano. Il tema nasce dal Vesperbild d’Oltralpe: la raffigurazione della Madonna che accoglie tra le braccia il corpo di Cristo morto. Un momento intimo e lontano dalle raffigurazioni di Compianto alle quali la pittura italiana ci ha abituati. 

Non sappiamo quale collocazione Michelangelo abbia pensato per la sua scultura, ritrovata nel suo studio romano a pochi giorni dalla morte nel febbraio 1564. Per molti anni è caduto l’oblio della critica su questa opera, chiamata Pietà Rondanini dal nome dei marchesi romani che la custodivano nella loro dimora.

Nel 1952, il Comune di Milano, insieme alla cittadinanza, nel pieno della ricostruzione post bellica, acquista l’opera di Michelangelo che entra a far parte del Museo di Arte Antica del Castello Sforzesco, con l’allestimento dei BBPR. A più di sessant’anni dall’acquisizione, si sente la necessità di ripensare alla collocazione: l’ospedale Spagnolo del Castello di Milano è la scelta che più sembra adattarsi al profilo dell’ultima opera di Buonarroti. 

Michelangelo affronta il marmo fino a pochi giorni dalla morte: si notano alcuni ripensamenti in corso d’opera, lo spostamento e l’avvicinarsi delle due figure. La Madonna e il Cristo sono filiformi, il confine tra chi regge e chi è retto quasi si annulla, sono corpi molto lontani dalla potenza fisica della Cappella Sistina di Roma. Entrando nell’Ospedale Spagnolo, ripensato da Michele De Lucchi, il profilo curvato della Vergine e la dissoluzione delle forme si aprono davanti agli occhi del visitatore: il corpo di Cristo è creato dal marmo della madre, i volti sono vicini, quasi a formare un’unica forma. Michelangelo ci pone di fronte al dolore più alto, una intensa drammaticità emotiva ci porta a riflettere sul rapporto tra madre e figlio. La Pietà Rondanini trova nella nuova collocazione milanese lo spazio per esprimersi al meglio: l’anziano Michelangelo, attraverso la fusione dei corpi, crea con lo scalpello una nuova corporeità.

Per un approfondimento, scopri il nostro REPLAY dedicato alla Pietà Rondanini.

2 Maggio 2020

Street art a Milano

Milano è stata per anni descritta come “una città grigia e triste”, ma se si ha la pazienza di osservarla con curiosità capita di imbattersi nel colore davvero dietro ogni angolo alla scoperta della street art.

Negli ultimi anni la street art ha contribuito a trasformare l’aspetto dei muri della città: pareti dipinte, opere scultoree  e in 3d, elementi urbani reinventati e portati a nuova vita, sticker e stencil dai messaggi più disparati.

Ti suggeriamo alcuni luoghi e progetti, se vuoi puoi partecipare ai nostri tour alla scoperta della street art a Milano.

Sicuramente una delle zone più interessanti in cui andare alla scoperta della street art è la zona dei Navigli. Oltre ai locali più trendy ospita un’intera via di poesie di strada e rebus, le saracinesche dei negozi con i ritratti dei personaggi che hanno reso grande Milano, la casa occupata Elicriso, i muri lungo i navigli con le tecniche più varie, la storia della città e dei suoi protagonisti lungo due millenni vicino all’antica Basilica di San Lorenzo.

Luogo d’elezione per la street art e i graffiti milanesi è anche il Leoncavallo, lo storico centro sociale della città: è fittamente tappezzato di scritte e disegni talmente particolari da essere definito dal critico d’arte Sgarbi la “Cappella Sistina della contemporaneità”. Una visita imperdibile.

Un progetto molto interessante promosso dal Comune di Milano è Energy box: camminando per le vie vi capiterà spesso di notare le numerose centraline di controllo semaforico che si sono rifatte il look. L’intervento di numerosi street artist le ha trasformate da anonimi e grigie cassette a capolavori di una galleria a cielo aperto.

“WallArt” celebra  i 140 anni dell’istituto ortopedico Gaetano Pini con opere di PAO, Ivan e il duo Orticanoodles, creatore dei ritratti di 12 milanesi che hanno contrassegnato la cultura del ‘900.

Infine vi consigliamo il progetto Poli Urban Colors del 2019 che reinterpreta gli spazi esterni del Politecnico Bovisa con grandi opere che omaggiano il genio di Leonardo da Vinci, realizzate da Rancy, Luca Barcellona, 2501 e Zedz. Un incredibile risultato coinvolgente per gli studenti e per l'intero quartiere.

A Milano il colore è dietro ogni angolo, buona ricerca!

Scopri tutti i nostri tour dedicati alla street art.

Per un approfondimento scopri anche il nostro Replay dedicato ad Isola.

2 Maggio 2020

Dan Flavin in Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa

Oggi vi portiamo alla scoperta di un'opera di un artista internazionale in un luogo alla periferia di Milano, dove ha preso vita l'improbabile idea di un parroco di quartiere: Untitled, 1996 di Dan Flavin in Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa.

Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa è un luogo che non rientra nella circuito turistico di Milano , si trova nella periferia sud della città, apparentemente un luogo difficile da raggiungere. La sua architettura in mattoni però ci riserva dei segreti all’interno. Nel 1932 Giovanni Muzio, già autore della famosa Ca’ Brutta a  Milano, subentra nella progettazione. L’architetto concepisce la chiesa come edificio tre navate con un solo abside, impostandola sulla simmetria dell’asse prospettico centrale e ispirandosi a principi di economia di formale. 

Il vasto spazio centrale mette in risalto il rapporto tra la sottile botte in cotto a tessitura di cemento armato e le colonne in ghiandone, tagliando i volumi in una manipolazione consapevole della luce. Sui fianchi le cappelle laterali si rilevano dal corpo centrale come successione di solidi geometrici visibili anche all’esterno. Sul fronte l’edificio è preceduto da un pronao, prima sperimentazione la tipologia dell’arco siriaco, sfruttato da Muzio successivamente nella progettazione del Palazzo della Triennale.

Negli anni Novanta Chiesa Rossa era un quartiere segnato dal disagio dell’immigrazione caotica, dalla disoccupazione e dal sottosviluppo culturale e sociale, ma nel quartiere viveva e lavorava una comunità vivace, animata dai quattro parroci di Santa Maria Annunciata. Quasi per caso alcuni amici suggerirono a don Giulio Greco, parroco di Chiesa Rossa, che l’opera di luce di un artista come Dan Flavin avrebbe potuto dare vita nuova all’opera di Muzio. <<Gli scrissi perché la nostra chiesa diventasse un segno di luce nel mezzo del quartiere, perché gli uomini possano vedere questa luce e riuscire a sperare. E la risposta venne e fu aldilà delle aspettative>>.
A Varese, a pochi chilometri da Milano, viveva uno dei più grandi collezionisti al mondo delle opere dell’artista newyorkese Dan Flavin: Giuseppe Panza di Biumo aveva raccolto dagli anni sessanta opere dell’artista, considerato il padre della light art e del minimalismo, per allestirle nella settecentesca Villa Panza di Biumo sopra Varese, trasformandola in un vero laboratorio di percezione e di arte ambientale, dove ancora oggi è possibile sperimentare emozionanti situazioni di luce. 

L’installazione di Flavin alla Chiesa Rossa di Milano rappresenta una particolare conclusione della carriera dell’artista, iniziata con la fuga da un seminario cattolico. Dopo aver studiato disegno e pittura alla Columbia University, Flavin aveva lavorato per alcuni anni come custode al Guggenheim Museum e al MOMA di New York, conoscendo alcuni dei più grandi artisti minimalisti: Sol LeWitt, Lucy Lippard, e Robert Ryman. Per Dan Flavin il Minimalismo si concretizza come uso della geometria, non per affermare l’ordine o rappresentare l’assoluto, ma per restituire significato al gesto elementare: posare, rilevare, disporre, accumulare, dividere, illuminare.

Per la scelta di un lessico elementare e di materiali industriali, semplici lampadine di luce incandescente, il progetto dell’opera fu per Dan Flavin sempre più importante dell’esecuzione stessa.  Dal 1963 Dan Flavin cominciò a realizzare progetti di installazioni fluorescenti che abbracciassero stanze intere, uscendo dai confini dell’oggetto fisico e nutrendo sempre maggiore interesse per l’ambiente architettonico. 
L’opera Untitled per la Chiesa Rossa di Milano fu realizzata due giorni prima della morte dell'autore, il 29 novembre 1996. In una stanza d’ospedale a New York Dan Flavin tracciò gli schizzi e i disegni su carta: grazie a questi progetti l'opera venne installata l'anno successivo grazie alla Dia Art Foundation di New York e alla Fondazione Prada.
Con Untitled Dan Flavin esalta l’architettura di Giovanni Muzio individuando i punti forti della sua strutturalità dell’edificio. Allo stesso tempo mette a fuoco i punti principali della liturgia sacra e rilancia il tema dell’arte sacra su un terreno nuovo, di esaltata spiritualità, illuminando con l’acida palette dei suoi verde, rosa, blu, oro e ultravioletto l’interno dello spazio progettato da Muzio.

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